La Stampa :: 25 novembre 2008

 

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 LA STORIA

La Fiumana rivuole l’Italia
Gli esuli fanno rinascere la squadra istriana: «Eravamo professionisti: dateci la serie C»
MARCO ANSALDO
TORINO
Resuscitare una squadra di calcio per sanare una ferita della storia: l’esodo degli italiani che nel dopoguerra dovettero abbandonare Fiume, l’Istria e la Dalmazia portandosi appresso poche cose, qualche volta soltanto i ricordi e tra questi la nostalgia per una società di football che era stata l’orgoglio di quella terra. La Fiumana si dissolse nella primavera del 1943, ultima partita il 14 marzo, 4-1 al Vittorio Veneto. I suoi giocatori partirono per il fronte, i suoi tifosi di lì a poco si sarebbero trovati profughi nei 109 campi sparsi per tutta l’Italia.

Era il primo impatto con un’accoglienza spesso ruvida e sospettosa, che solo il tempo avrebbe ammorbidito. Sessantacinque anni dopo quei giorni, c’è chi vuole ricostruire la Fiumana e riannodare la storia esattamente dal punto in cui si spezzò sotto i bombardamenti e l’incombere delle milizie titine. L’operazione può apparire bislacca e forse per questo è probabile che riesca. Sul tavolo di Giancarlo Abete, il presidente della Federcalcio, riposa da un paio di mesi il progetto di rifondazione del club con l’iscrizione alla serie C (oggi si chiama Prima Divisione) già dal prossimo campionato. Naturalmente non a Fiume, che adesso si chiama Rijeka ed è parte della Croazia.

La nuova sede sarà a Torino, ma lo spirito si avvicinerà ai giorni in cui si giocava allo stadio Borgo Marina affacciato sul mare e dall’altro lato c’era il costone di roccia dove si appollaiavano i ragazzi per non pagare il biglietto. Le maglie avranno lo stesso colore amaranto, i pantaloncini saranno gialli e blu per riassumere in una divisa i tre colori della città che in realtà sono cremisi, oro e indaco però sarebbe troppo difficile descriverli. L’idea è venuta a Sergio Vatta, l’uomo che per 14 anni guidò il più forte vivaio del calcio italiano, il Toro da cui uscirono Cravero, Francini, Lentini e una marea di giovani che si sono fatti strada nel professionismo. Vatta nacque a Zara nel ‘37. «Il 30 ottobre del ‘44 – racconta – ci imbarcarono su un cacciatorpediniere tedesco diretto a Fiume e la mia fu l’ultima famiglia di civili italiani a lasciare la città. Il giorno successivo arrivarono i partigiani di Tito».

Da Fiume a Trieste, poi a Udine, Padova, Mantova, infine Torino. Un’odissea: 12 anni trascorsi nei campi profughi, «con gli italiani che ci guardavano male. Pensavano che fossimo fascisti perché scappavamo da un regime socialista. A Mantova, per le elezioni del ‘48, i comunisti promisero di bruciare il nostro campo se ci fosse stato uno spostamento dei voti a destra. Naturalmente non ci fu, tra noi c’era di tutto, operai, pescatori, contadini. E forse fu la prima volta che cadde il muro della diffidenza». L’integrazione non è stata breve ma è diventata solida. I 350 mila profughi sono diventati 800 mila con i figli e i figli dei figli. Più di 40 mila vivono in Piemonte. «E da quando la legge ha istituito il giorno del ricordo, il 10 febbraio, molti giovani si sono riavvicinati alle origini», dice Antonio Vatta, il fratello di Sergio che è il presidente piemontese dell’associazione degli esuli dalmati e della Venezia Giulia.

Così è nata la voglia di coagulare attorno a una squadra mitica il sentimento dell’appartenenza. La Fiumana nell’anteguerra aveva sfiorato la promozione in serie A ed era stata una fucina di campioni: Loik, la mezz’ala del Toro di Superga, i fratelli Varglien, il formidabile centravanti della Roma Volk, e Marcello Mihalic che fu il primo a vestire la maglia azzurra, e la bandiera del Novara, Udovicich. In tutto raccolsero 16 scudetti giocando nei club più importanti. «A Fiume comparve per la prima volta lo scudetto tricolore sulle maglie azzurre: fu per la partita della nostra selezione contro la squadra dei Legionari di D’Annunzio». La storia riprende. Attorno al progetto c’è l’entusiasmo, al sito http//fiumana. myblog.it arrivano le adesioni di chi assicura che la squadra avrà tifosi in tutta Italia perché i profughi sono ovunque. Vatta è sicuro che con meno di due milioni si può costruire una buona squadra in C. «Noi siamo per un calcio serio, limpido, ed è anche per questo che chiederemo ad Abete di iscriverci tra i professionisti perché tra i dilettanti circola troppo denaro in nero. Puntiamo a giocatori disoccupati o a basso ingaggio oppure ai giovani da lanciare per conto dei grandi club: il Milan e la Fiorentina ci aiuteranno ma anche altre società come il Toro e la Juve, visto che anche Cobolli Gigli ha origini istriane».

Lo stadio sarà quello del Parco Ruffini, 8 mila posti, e i soldi pare non siano un problema perché industriali e banche hanno capito quale sarebbe l’impatto di una squadra del genere e poi c’è chi fa i conti con le proprie radici, come Ottavio Missoni, che è il sindaco in esilio della libera città di Zara. «Una volta – dice Antonio Vatta – tra fiumani, istriani e dalmati si era divisi dal campanilismo, da profughi abbiamo trovato una dolorosa coesione. La Fiumana sarà la nostra Nazionale. Eil gesto della Federcalcio sarà il risarcimento morale, tardivo ma importante per quanto perdemmo senza ricevere una lira di indennizzo. Non abbiamo mai alzato la voce. Forse è ora che ci riconoscano qualcosa»

Pubblicato su LA STAMPA, edizione del 25/11/2008, pagine 1 e 23
La Stampa :: 25 novembre 2008ultima modifica: 2008-11-27T16:57:00+00:00da fiumana1
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