Articolo di pagina.to.it (4/9/2008)

Sergio Vatta vuole dare una terza squadra di calcio a Torino

Roberto Ponte
A 70 anni suonati Sergio Vatta si rimette in gioco. Il mago del calcio giovanile, l’uomo che trasformava i ragazzi in oro, ha accettato l’incarico di supervisore tecnico del Torino Calcio femminile. Il curriculum di Vatta la dice lunga sulle sue capacità di plasmare squadre vincenti facendo crescere giovani di valore: quattro scudetti, sei coppe Italia e quattro tornei di Viareggio vinti con la Primavera del Toro, due scudetti con le giovanili della Lazio, una qualificazione alla fase finale dei mondiali, l’unica mai raggiunta dalla nostra nazionale femminile. Vatta ha anche allenato per un breve periodo il Torino in serie A, il Paok di Salonicco, ed era nello staff di Arrigo Sacchi ai campionati del mondo degli Stati Uniti, nel 1994.

 

Signor Vatta, perché questo nuovo impegno con il calcio femminile? E’ un segnale che lontano dal calcio lei non sa stare?

Il Torino è una delle poche società italiane con un settore giovanile. La sua politica è quella di scegliere ragazze del posto, costano meno. Il prossimo campionato lo affrontiamo con una squadra piena di ragazzine, non abbiamo pretese di scudetto. Ma è la strada giusta per il settore femminile, che ha potenzialità non sfruttate.

 

A proposito, molti storcono ancora il naso quando sentono parlare di calcio femminile. Il divario con i maschi è ancora così grande, molto più che in altri sport?

Il calcio femminile è in ritardo. Le ragazzine esprimono il 75% delle proprie potenzialità fisiche e tecniche entro i 10 anni, ma spesso le ragazze cominciano a giocare a 15 anni.

 

Le manca il calcio maschile?

No, non mi manca. Anzi, il grande calcio mi ha un po’ deluso.

 

E quello dilettantistico è in salute?

E’ un mondo dove regna il disordine, dove i soldi sono diventati troppo importanti. Ci sono alcuni dilettanti che guadagnano 50 mila euro l’anno.

 

Un mondo molto diverso da quello in cui ha lavorato lei?

Una volta i ragazzi venivano scoperti, inseriti nelle giovanili, istruiti, i migliori ce la facevano, nonostante gli allenatori. Si cercava di evitare il rischio di rovinare un ragazzo di talento.

 

Poi cosa è successo?

Gli interessi economici hanno stravolto quelle buone pratiche, la meritocrazia ha perso le sue prerogative, alcuni personaggi hanno scavalcato gli allenatori, riuscendo a far inserire ragazzi che non dovrebbero essere illusi di poter diventare campioni. Gli allenatori spesso si trovano in squadra ragazzi che non vorrebbero. Abbiamo le squadre Primavera con dentro i professionisti, e troppi stranieri. Questo cambiamento è avvenuto rapidamente.

 

Lei come si regolava con i giovani che allenava?

Anch’io volevo la fortuna dei miei ragazzi, i più bravi li aiutavo a guadagnare bene. Prima dell’incontro con i dirigenti per firmare il contratto, mi chiedevano: quanto devo chiedere? Io glielo dicevo, a volte era anche il doppio, il triplo di quanto speravano loro. Si stupivano, qualcuno temeva di essere mandato via, ma io avevo già preparato il terreno con i dirigenti.

 

Furono anni d’oro per il Torino, quelli, con tutti quei ragazzi di valore che uscivano dalle giovanili.

Il Toro dava i suoi ragazzi in squadre di serie C, serie B e anche serie A. Spesso i loro allenatori mi telefonavano e mi dicevano che i miei ragazzi si distinguevano per professionalità. Giglio Panza un giorno scrisse su Tuttosport che Vatta ha fruttato al Toro più di 300 miliardi di lire.

 

Chi ricorda di quelle cucciolate?

Direi tutti, anche per anno di nascita: Mariani, Sclosa, Mandorlini, Camolese (’60-61), Ezio Rossi, Francini, Bertoneri (’62-63), Cravero, Comi (’64), Benedetti (’65), Benny Carbone (’67), uno dei giocatori più precoci che ho conosciuto, Fuser, Venturin (’68), Lentini, Bresciani (’69), Pancaro (’71), Cois (’72). Vieri l’ho preso io, ma l’ho allenato poco.

 

Oggi il Torino non è più una fucina di campioni.

Oggi ci sono delle difficoltà. Forse sono in pochi a credere in una grande verità: i soldi spesi nel settore giovanile sono investimenti, quelli nella prima squadra non tornano più indietro.

 

E’ cambiato anche lo spirito degli allenatori?

Una volta c’erano gli artigiani del calcio. Io lo sono diventato. Quando ho iniziato c’erano Ussello e Rabitti, io ero il ragazzo di bottega, ho fatto tesoro dei loro insegnamenti. Il difetto di oggi è che ai ragazzi di bottega viene chiesto di fare da subito gli artigiani.

 

La passione, quanto conta?

A volte la passione non basta. Noi spendevamo pochissimo: allenatori e tecnici erano trattati bene, i ragazzi in maniera spartana. Si risparmiava su tutto.

Eppure i risultati arrivavano.

Dietro i risultati ci sono i sacrifici. Per 15 anni non ho mai fatto una vacanza, ma sono stato ripagato.

Una volta si diceva che il Torino i campioni se li faceva in casa con il settore giovanile, mentre la Juve preferiva ingaggiare campioncini già affermati. Ora questo discorso sembra rovesciato, o almeno la Juve i giovani li sa valorizzare.

Alla Juventus la politica è cambiata con l’avvento di Moggi. Dove andava lui il settore giovanile funzionava, era un maestro nello sfruttare sul piano economico il settore giovanile. Oggi l’Italia è piena di ragazzi di talento di scuola Juventus.

Quali giovani di talento vede come futuri campioni?

Giovinco e Balotelli. Giovinco è un talento ma crede di essere più di quello che è, dovrebbe guardarsi dentro. Balotelli è il giovane più entusiasmante, credo che Lippi lo chiamerà presto in Nazionale. Sempre che non faccia come Cassano.

Ecco, Cassano, un grande talento che sembra essersi perso per strada.

Cassano avrebbe avuto bisogno di affetto, non soltanto di euro. Forse la sua reazione è normale, chi gli sta attorno non lo considera come persona, ma soltanto come calciatore.

Che rapporti ha con il grande calcio di oggi?

Allo stadio vado poco, non mi piace questo calcio, mi delude perché manca di poesia. Il calcio è fantasia e poesia, se togliamo questi ingredienti rischiamo di vedere seduti sulla panca dello spogliatoio un gruppo di piccoli industriali che parlano di investimenti.

Come vorrebbe che fosse questo mondo in cui comunque continua a vivere?

Il calcio è educazione, per noi maestri di calcio il compito è educare. Il calcio è un mezzo per aiutare i giovani a diventare adulti veri. I contenuti più importanti dell’educazione sono nell’esempio: ecco perché è fondamentale il comportamento dei tecnici. Qui non sempre ci sono le capacità giuste, anche se nel complesso è una delle componenti migliori del calcio.

C’è molta amarezza in queste sue parole, sembra convinto che non si possa più tornare indietro.

Oggi a livello giovanile ci sono molti cattivi maestri, fanno credere ai giovani che diventeranno bravi seguendo i loro consigli. Se trovano un talento si vantano, dimenticando che è cresciuto nei loro momenti di distrazione.

Rispetto a qualche decennio fa il calcio può avvalersi di supporti importanti, scienza e tecnologia aiutano. Perché dovrebbe essere migliore il calcio di una volta?

Oggi ci sono più conoscenze ma i tecnici partono dal tetto, non dalle fondamenta. Si fanno fare le cose più spettacolari, non le più utili, per impressionare chi guarda. E’ come insegnare una poesia in inglese a memoria a ragazzi che non sanno l’inglese.

Qual è stato l’allenatore più grande che ha conosciuto?

Arrigo Sacchi, un innovatore, ha portato il coraggio di attaccare. Ma aveva un difetto: schematizzava anche in attacco, dove la fantasia deve essere assoluta. Ai Mondiali negli Stati Uniti mi disse: io sono il regista, i giocatori gli attori che devono recitare la parte. Io ribattei: no, loro devono interpretare la parte. Sacchi ha commesso anche grossi errori, al Milan preferì Mussi e Bianchi a Tassotti e Maldini, ma Berlusconi gli fece cambiare idea. Resta comunque uno dei tecnici più grandi. La Juventus ha vinto tutto giocando male, il modo di vincere giusto era quello di Sacchi.

Esiste un nuovo Vatta?

Spero ce ne siano tanti, o ne arrivino tanti. Non possiamo insegnare calcio ai giovani se non ricordiamo il bambino che siamo stati.

Lei ha allenato in serie A soltanto per un periodo brevissimo. E’ stata una scelta?

Giampaolo Ormezzano un giorno scrisse: ci sono soltanto due persone in Italia che non aspirano a diventare allenatori in serie A, Vatta e io. Sono stato un allenatore atipico, chi mi ha apprezzato di più sono stati i miei colleghi.

Lei ora è supervisore tecnico del Torino Calcio femminile. Dobbiamo pensare che questo sia il suo ultimo impegno con il calcio?

No, ho un progetto che porto avanti da tempo: rifondare l’Unione Sportiva Fiumana, società sciolta nel 1947 dopo il passaggio di Fiume alla Jugoslavia. Io sono nato a Zara, sono una delle 350 mila persone che in quegli anni hanno vissuto in 95 campi profughi. Io ci sono stato per dodici anni. La Dalmazia, la mia terra, mi è sempre rimasta nel cuore, ci vado appena posso. E ora vorrei riportare in vita quella gloriosa società calcistica, in cui maturarono campioni come Ezio Loik, Rodolfo Volk, i fratelli Mario e Giovanni Varglien.

Una vecchia società di Fiume che rinasce dove?

A Torino. Vorremmo fare il campionato di serie C del 2009-2010, in base a due leggi, una del 1952 e l’altra del 1983, ci spetta ricominciare dalla serie C, quando la società fu sciolta la squadra militava in quella categoria.

Una terza squadra a Torino a fare concorrenza a Juve e Toro?

Concorrenza chissà, forse un giorno. Mi accontenterei di una squadra che rinasce con lo spirito giusto. Giocheremo al Ruffini, gli allenamenti si faranno alla Colletta. L’idea è di far nascere non solo una squadra di calcio, ma una polisportiva. Dovrebbero arrivare anche finanziamenti dal Coni.

Tratto integralmente da pagina.to.it, all’indirizzo http://www.pagina.to.it/index.php?method=section&action=zoom&id=1120

Articolo di pagina.to.it (4/9/2008)ultima modifica: 2008-11-19T13:54:00+00:00da fiumana1
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3 pensieri su “Articolo di pagina.to.it (4/9/2008)

  1. Salve, mi chiamo Giulio e dgt dalla provincia di Prato. Premetto che non ho nessun legame con le terre irredenti che formano l’attuale Croazia, tanto agognate, giustamente, da quelle persone che vi abitavano un tempo e che ora, per i motivi che sappiamo, non le potranno più rivedere se non in cartolina o in gita di “piacere”.
    Comunque sia è da parecchio tempo che mi interesso a queste vicende, sia da appassionato di storia, sia da persona che vuole essere il più possibile obiettiva nel conoscere le tematiche storiche più importanti. Una persona che vuole analizzare le cose in maniera semplice ed obiettiva, scevra delle più bieche e becere ideologie di ogni sorta e genere.
    E’ per questi motivi quindi, che ricevo con affetto e gioia la notizia della rinascita della Fiumana Calcio, anche grazie al ben preparato sito dell’ANVGD.
    Faccio quindi gli auguri al Sig. Vatta e ai suoi collaboratori per la buona riuscita del progetto, e per una (spero) futura attività piena di ottimi risultati sul campo.

    Saluti a tutti.
    Giulio (Prato)

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